Intervista #01

Mrs. Dalloway, un romanzo dal sapore agrodolce

Originariamente pubblicato nel: 2012


Scheda del Lettore

Dalila Fontanella è nata a Scafati e vive ad Angri. Laureata in Lettere, nel 2002 ha vinto il concorso letterario Ilaria Albano, a cura di Antonio Smaldone (con Cosmo Schiavo presidente della commissione). Nel 2006 comincia a scrivere articoli per il mensile Spazio giovani di S. Antonio Abate (NA). Con la fondazione Mario Luzi, patrocinata dal Senato della Repubblica, ha pubblicato un’antologia di tre opere poetiche.


Oggi parliamo di:

Mrs. Dalloway – Virginia Woolf


Esprimi un giudizio sulla protagonista. Ti riconosci in una parte di lei?

Clarissa Dalloway, in altre parole la protagonista del romanzo, è senza dubbio un personaggio emblematico, dalle mie facce, ma chi di noi non è “vittima” di contraddizioni? Lei è retrograda, eppure vive pulsioni amorose lesbiche, aspira alla libertà scegliendo Richard a Peter, ma mette da parte le sue doti per divenire una capace donna di casa, una donna esperta nell’arte di ospitare e organizzare feste, e null’altro.
È combattuta fra passato e presente e – a mio avviso – il suo essere snob è un modo come un altro per ricordare a se stessa ciò che deve fare, quello che deve essere. L’autrice frammenta se stessa in ognuno dei personaggi chiave di quest’opera.
Non mi ritrovo in Mrs Dalloway, siamo molto diverse. Lei tende a trascinare negli anni dei faticosi fardelli emotivi, fino a che questi non implodono alienandola, facendola vivere fisicamente in un tempo reale, e sentimentalmente in uno immaginario.

Woolf usa la tecnica del monologo interiore (moments of being) di Marcel Proust. Apprezzi questa scelta di stile?

Con Mrs. Dalloway, la Woolf inizia il cosiddetto romanzo modernista, in cui di fondamentale importanza è l’aspetto psicologico dei protagonisti.
Non ci sono delle vere e proprie “intermittenze del cuore” tipiche di Proust, o “epifanie” per dirla alla Joyce, se non alla fine del romanzo. Nelle ultime pagine, Clarissa scopre della morte di Septimus, in un attimo comprende l’importanza di essere viva e torna a essere presente a se stessa. Quello dell’autrice è uno stile coraggioso, uno stimolo ad andare oltre le apparenze. 
Al contempo, credo che la scrittura della Woolf sia molto discorsiva, nonostante possano essere più impegnativi i momenti in cui i protagonisti scrutano la loro parte interiore, nel complesso il romanzo è di facile lettura e immediata comprensione.

Alla fine, tutti i personaggi sono chiusi in una sorta di “gabbie” interiori. Anche tu pensi che ognuno di noi potrebbe avere una “maschera” pirandelliana, dietro cui si nasconde?

Nel mondo reale non c’è perfezione, non c’è “assoluto” quando si cerca di descrivere o delineare un carattere, nemmeno il nostro. Siamo portati a modellarci in base alle esperienze, alle persone, alle occasioni. Questo non fa di noi delle banderuole, siamo semplicemente in continuo cambiamento. C’è chi porta la propria maschera per scelta, chi la indossa nel modo più sincero possibile. I personaggi del romanzo tentano in qualche modo di scappare dalle proprie “gabbie”.
Quella di Clarissa è fatta di ricordi, di scelte passate e del “dover essere” di cui parlavo poc’anzi. Quella di Septimus è una gabbia non voluta, gli orrori della guerra l’hanno reso folle, ora la vita è divenuta la sua gabbia.

Secondo te, perché la Woolf è così stanca della vita? Cosa le mancava, pur essendo una scrittrice affermata?

Per rispondere a questa domanda bisogna tenere in considerazione l’epoca della scrittrice. Io penso fosse fortemente legata alla “Sally” del romanzo. Credo che non si sia mai sentita libera di essere totalmente se stessa. Probabilmente, lei per prima non accettava un tale slancio anticonformistico. Credo che la Woolf non fosse stufa della vita, ma fosse esasperata da quella che lei aveva scelto di vivere.

Torniamo a Mrs. Dalloway: Peter Walsh è amante del vizio e delle donne. Quanto Mrs. Dalloway preferirebbe la compagnia della sua amica?

Nel romanzo appare chiaro che Clarissa non rimpiangerà Peter a Richard. Il primo è metafora del passato, della campagna, di un periodo in cui Clarissa non era soddisfatta. Lei ama Londra, il caos di questa città e non saprebbe vivere altrove. Richard è colui che l’ha portata a Londra, colui il quale le ha regalato la vita che voleva. Sally, invece, è l’amore che avrebbe voluto vivere, ovunque… Ma non avrebbe mai potuto, poiché andava contro tutto ciò che lei aveva imparato, contro quella mentalità chiusa che le era stata inculcata, basata solo sull’apparenza.

Secondo una tua personale analisi, la signora Dalloway è psicotica?

Fin dal diciannovesimo gli psichiatri si sono interessati a disturbi mentali caratterizzati da un’errata rappresentazione della realtà, alterazioni del pensiero, della percezione e degli stati emotivi, e anomalie del comportamento. Non è sbagliato, dunque, pensare che la protagonista, e la stessa autrice, fossero lievemente psicotiche. Le loro anomalie avevano un comune denominatore, ovvero il disagio che nasce dall’impossibilità di vivere sinceramente la propria vita.

Septimus è il co-protagonista, funzionale al romanzo solo con il finire della propria vita. Potendo, gli avresti assegnato un ruolo diverso?

Septimus e Clarissa, benché non s’incontreranno mai, sembrano completarsi, quasi fossero un unico personaggio. Septimus rappresenta tutte le psicosi di Virginia, e quindi di Mrs Dalloway, è lui che deve morire per lasciar sopravvivere la parte “sana” e in questo caso Clarissa che comprende l’importanza e la bellezza della vita solo dopo il suicidio del ragazzo. L’empatia che si crea è funzionale ai fini del romanzo, se si fossero incontrati, probabilmente l’opera avrebbe perso in qualcosa.

Il libro che hai scelto è molto concettuale. Ami i romanzi di questo tipo? Se tu ne fossi l’autrice, cosa aggiungeresti in questo tipo di narrazione?

Personalmente non ho un genere specifico di romanzo che prediligo, mi piacciono i libri scritti bene. Quando riesci a sentire che lo scrittore è stato onesto, che ti ha lasciato camminare nei meandri del proprio vissuto, allora non puoi far altro che apprezzare ed essere grato.
Di questo non romanzo non cambierei nulla, semplicemente perché è affine a chi l’ha scritto.
Se l’avessi scritto io, non sarebbe lo stesso romanzo, non avrebbe la medesima storia, né lo stesso sapore agrodolce.


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