Luigi XIV, sovrano di una Francia “illuminata”

Originariamente pubblicato nel: 2012


Scheda del Lettore

Maria Carla D’Acunto è una “reader” tutto pepe e molto dedita allo studio. Diplomata presso il liceo classico con il massimo dei voti, nel 2008 si è iscritta al corso di laurea in Giurisprudenza a Napoli, successivamente abbandonato perché inadatto rispetto alle sue aspirazioni. Nel 2011 ha cambiato indirizzo di studi preferendo la Filosofia, materia in cui può riscoprire non solo il senso del dovere verso lo studio, ma anche un personale diletto. Nel marzo 2010, mentre preparava l’esame di Diritto Privato, un giorno vide in libreria Il Visconte di Bragelonne, che decise di leggere perché era il terzo volume della saga dei “Tre Moschettieri”. Una volta letto, diventò uno dei suoi libri più amati di sempre. 


Oggi parliamo di:

Il Visconte di Bragelonne – Alexandre Dumas
NB: Stavolta abbiamo dovuto limitarci a sei domande, per dare il giusto spazio alle risposte dell’intervistata.


Secondo te, perché nell’ultimo libro della trilogia l’autore pone i Moschettieri l’uno contro l’altro? Sono sempre stati identità ben distinte fin dall’inizio?

Nel terzo romanzo della trilogia ci troviamo di fronte a una situazione che appare bizzarra: Aramis contro D’Artagnan, Porthos dalla parte d’Aramis senza saperlo e Athos neutrale, lui che è stato la spalla di D’Artagnan nei Tre Moschettieri e uno dei principali motori dell’azione in Vent’anni dopo. Ora sembrano quanto mai divisi, loro che pure sono uniti da un sentimento d’amicizia così forte da condizionare tutta la loro vita, e da far sì che i compagni d’avventura siano l’ultimo pensiero di D’Artagnan prima di morire. 

Gli ideali che li animano all’interno del romanzo li uniscono virtualmente. Infatti, tranne Porthos, che essendo un’anima buona e semplice non ha mai alcun sentimento verso il re se non di adorazione, tutti gli altri riflettono molto sul concetto di regalità, sul ruolo che dovrebbe avere il re, sul suo rapporto con la nobiltà e con il popolo.

Per tutti e tre, il sovrano deve essere una creatura superiore a tutti, non per grado, ma anche e soprattutto per grandezza d’animo. Nessuno deve osare presumere d’usurparne il posto, direttamente o indirettamente (come invece fanno Richelieu e Mazarino), ma essi devono agire a loro volta in nome di una giustizia superiore, quasi immuni da ogni passione e sentimento umano. 

Per questo tutti e tre i protagonisti, in fasi alterne del romanzo, giungono alla medesima conclusione: il re Luigi XIV è un cattivo re, incapace di governare realmente, in grado di condurre solo avventure galanti, un meschino accentratore di potere e un uomo vendicativo. È innegabile però che se Athos, Porthos e D’Artagnan avessero saputo del piano, avrebbero agito per Aramis: Porthos rimprovera Aramis per averlo fatto agire contro il re sua insaputa, e Athos, pur disprezzando il re, ritiene che non si debba agire contro di lui.

Lo stesso D’Artagnan arriva a difenderlo, sebbene nutra fino alla capitolazione finale un sentimento di profonda sfiducia verso il re. La rottura fra i quattro è dovuta non a una diversità di sogni e di ideali, ma a una diversa personalità in ognuno dei quattro moschettieri, che appare già dai primi romanzi. Pur avendo i medesimi sogni, ognuno agisce in maniera diversa, fino al decisivo scontro finale.

Sono tutti e quattro coraggiosi, generosi e nobili, hanno ideali nobiliari e sono inclini a duelli che a volte ci appaiono assurdi. Ma Aramis è l’unico in grado di sfidare i sovrani, e capace di osare perfino un vero e proprio colpo di stato.

Chi è per te il vero re di Francia, Luigi XIV o il suo fratello gemello Filippo Marchiali? Spiega il motivo della tua scelta.

Per me il vero Re di Francia è Luigi XIV perché dimostra, contrariamente alle previsioni negative, di essere un ottimo sovrano. Vuole mostrarsi abile, forte, tenace. È vero che non è in grado di dominare i propri impulsi, ma sa impiegarli a beneficio dello Stato.

Il fatto che non perdoni le offese, che il suo ardente desiderio di mostrare la propria grandezza trascenda a volte nel pacchiano, e che il suo desiderio di primeggiare faccia si che lui, animo nobile, scada a volte nelle meschinità, sono tutti difetti che lui riesce a sfruttare e che riescono a trasformare la sua nazione in una delle più potenti, e la sua corte in una delle più brillanti. Persino i suoi amori, che pure dopo il matrimonio sono “peccaminosi”, riescono a dare il brio alla sua luminosa corte. In Luigi XIV la volontà sovrana deve dar conto solo a se stessa delle proprie azioni, ma essendo un sovrano intelligente fa sì che la sua non sia una volontà arbitrariamente dispotica.

In lui parla sempre la ragion di stato; a questa sacrifica quegli ideali di nobiltà e cavalierato tanto cari ai moschettieri, e in virtù di questa porta ordine all’interno del proprio regno. Filippo Marchiali è forse più generoso del fratello, sa sopportare meglio le avversità della vita, ha più autocontrollo, è privo di quelle grossolanità e di quelle meschinità che talvolta contraddistinguono il carattere di Luigi, che pure è considerato, ed è per la maggior parte, uno dei gentiluomini più fini di Francia, ma è troppo legato a quei valori antichi che gli impedirebbero di progredire.

Chi è in realtà il soprintendente Fouquet, rispetto agli altri villains? Gli avresti assegnato un ruolo diverso?

Non avrei assolutamente assegnato un ruolo diverso al signor Fouquet, perché anche la sua vicenda sottolinea la diversità dei due poli, quello dei moschettieri e quello del Re. I moschettieri vogliono salvare Fouquet, il re vuole perderlo.

La sua colpa? Di essere molto ricco, lui che è amministratore delle casse dello stato, mentre lo stato è povero. Viene accusato di furto, ma dal romanzo si evince che in realtà lui non ha mai rubato, che quei tredici milioni sottratti in realtà erano stati rubati da Mazarino, lui ne aveva firmato solo la ricevuta. Non è però di questo solo che lo si accusa: lo si ritiene un cattivo amministratore in generale. Lui non capisce il perché di quest’accusa, e non la capiscono nemmeno i moschettieri: lui si è arricchito onestamente, svolgendo i propri compiti.

Già Richelieu e Mazarino prima di lui erano stati più ricchi del Re, ma a differenza loro lui non ha alcuna intenzione di accentrare su di sé il potere. Nel suo amore e nella sua devozione per il Re egli è sincero. Non solo, ma a differenza di Aramis pensa che davvero Luigi possa diventare un re grande e giusto, e solo dopo aver egli stesso impedito il complotto contro il sovrano capirà che sarebbe stato Filippo, e non Luigi, a incarnare il loro ideale di sovrano.

Ma Luigi XIV ha capito benissimo che per essere grande, un Re deve essere anche ricco: il denaro deve essere del Re, perché il Re ne è l’unico amministratore. Anche se il ministro accumulasse il denaro non per i suoi piaceri (come fa Fouquet) ma per lo stato, si creerebbero dei conflitti d’interessi perché i padroni sarebbero non uno, ma due.

Sicuramente, in Luigi la vanità personale parla molto contro Fouquet ma, come tutti i suoi difetti, la trasforma in un bene per lo stato. E il Re è sincero quando ritiene che il suo ministro vada arrestato per il bene della Francia.

Ma la partita fra i due non si gioca solo su un piano privato, dove Fouquet non solo vince il re, ma sarebbe probabilmente risparmiato da costui. Si gioca anche, e soprattutto su un piano pubblico: e lì Luigi è destinato a vincere, perché la ragione è dalla sua parte. Il vero dramma di Fouquet sta nel fatto che non solo non capisce le logiche di Luigi e del suo amministratore Colbert, ma addirittura le ritiene vili, perché solo dei borghesi possono accanirsi così per il denaro. E così, lui, pur pieno di virtù, arriva a dimostrarsi sordo per le esigenze dello stato, uno stato che quasi muore di fame mentre lui si serve il cibo in piatti d’oro.

Nei panni dell’autore, come avresti impostato la trama se Filippo avesse infine ottenuto il trono di Francia?

Se fossi stata l’autrice del romanzo, penso che comunque l’avrei fatto concludere col ritorno di Luigi al trono. Magari, però, avrei assegnato una sorte più felice a Filippo; l’avrei fatto fuggire con Aramis per dirigersi verso l’America, dovrei avrebbe potuto costruirsi un nuovo futuro, magari con una moglie e dei figli. Infatti, se da un lato sono contenta del trionfo del sovrano e dello schiaffo morale che infligge a D’Artagnan e Aramis, dall’altro avrei voluto una sorte meno crudele per l’infelice gemello del Re.

Qual è il ruolo specifico del cardinale Mazarino e soprattutto di Raoul, il “visconte” che dà il titolo al romanzo?

Mazarino riveste un ruolo importante. Alexandre Dumas ne fa quasi una macchietta, ma dietro questa “maschera” è possibile intravedere un grande stratega. Grazie a lui, Luigi XIV impara che il denaro è la vera base del potere, e non sarà mai veramente re se non è ricco. L’umiliazione che riceve da Mazarino quando il cardinale è in vita, e i consigli che riceve alla sua morte riescono a formare notevolmente il giovane sovrano. E l’ironia della sorte sta nel fatto che, involontariamente, D’Artagnan “completa” gli insegnamenti del cardinale. Le prime lezioni di vita di Mazarino detteranno in seguito tutto l’agire del re.

Il personaggio di Raoul è sostanzialmente estraneo alle vicende politiche: le sue azioni in tal senso sono poche, e si riducono in un paio alla prima metà del libro. È lui uno dei protagonisti delle principali vicende amorose del romanzo (che caratterizzano quasi i tre quarti del libro). Ma come tale, riesce a rendere più che mai l’abisso che separa il re da suo padre e dagli altri moschettieri, che non solo amano teneramente il visconte, ma lo hanno allevato alle loro convinzioni e ai loro ideali, ch incarna perfettamente. Raoul è il centro degli amori e delle speranze dei moeschettieri, e la sua fine segna il crollo di amori e speranze di quest’ultimi.

L’amore per Louise de la Valliere è molto simile all’amore che il padre aveva provato per Milady, lo stesso tipo di sentimento che in gioventù avevano sognato tutti i moschettieri (tranne Porthos); un amore poetico ed idealistico. Luigi, di fronte a lui, appare molto più piccolo e meschino: mentre Raoul accetta generosamente la preferenza di Louise per il rivale, egli non solo lo esilia e gli corteggia la donna di nascosto, ma pur amando moltissimo Louise non riesce ad avere per lei la stessa generosità e costanza del Visconte. Eppure, l’amore del Re è molto più vivo e concreto di quello di Raoul, e lui stesso appare più vivo ed umano. È per questo che Louise, pur descrivendo la sua forma di amore ideale come quella che gli viene offerta da Raoul, arriva ad innamorarsi follemente del Re, e giunge a compromessi allacciandosi con lui in una relazione adulterina.

Non è che Luigi sia un uomo cattivo, ma agisce in amore come in politica: sa che per realizzare i propri sogni ci vogliono azioni pratiche, a volte poco nobili, sa che bisogna sostituire i propri desideri con altri sogni se si vuole sopravvivere alla delusione. Raoul non ne è in grado, per cui, saputo il tradimento della donna amata, si lascia morire. Anche Luigi XIV alla fine resta deluso di Louise, quella donna che dopo la morte di Raoul, a causa del dolore, è incapace di renderglisi totalmente – ma lui reagisce come è abituato: dopo la delusione, si consola con un nuovo amore.

Perché hai amato questa storia, e cosa modificheresti, se potessi?

Perché ho amato questo romanzo? Non posso dirlo, dovrei dire troppe cose, e mi parrebbero sempre troppo poche. Preferisco non arrischiarmi in una risposta così complicata. Ma alla domanda “cosa cambieresti di questo libro?”, è semplice rispondere: assolutamente nulla, tranne forse la sorte di Filippo. Eppure chissà, avrei remore a cambiare anche quella. Pensare di modificarlo certamente mi stimolerebbe, perché mi consentirebbe di addentrarmi ancora di più al suo interno, ma allo stesso tempo mi spaventerebbe: perché per me questo libro è “sacro”.


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