Un Enea senza “pietas” non avrebbe fondato Roma

Originariamente pubblicato nel: 2012


Scheda del Lettore

Valeria Ciminari ha frequentato il liceo scientifico per poi iscriversi, nel 2010, alla Facoltà di Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Salerno.

Ci ha confessato che l’otium litteratum (e giammai il negotium) l’ha appassionata fin dall’adolescenza.

Ha già letto montagne di libri (“tra cui anche alcuni che mi vergogno di aver comprato“, precisa!).

E ha scelto, tra i suoi libri preferiti, un grande classico.


Oggi parliamo di:

Eneide – Publio Virgilio Marone


Per te, il vero Virgilio è quello di Anchise, Enea o Ascanio? Nel complesso, l’autore del poema è più tradizionalista, innovatore, oppure si adagia nel “suo” presente?

Virgilio è estremamente attaccato al suo tempo. Non abbandona mai il presente: è con lui quando scrive le Bucoliche (in cui esprime il suo disappunto per le espropriazioni messe in atto da Augusto), quando scrive le Georgiche (dove invece è felice di aver riavuto le sue terre ed incomincia ad esaltare gli ideali dell’imperatore), e naturalmente il suo tempo lo accompagna anche nell’Eneide. Il poema è infatti nato per esaltare e legittimare la figura dell’Imperatore.

Certo Virgilio conserva, come si nota nelle sue opere, molti ideali della tradizione, ma il suo tradizionalismo è solo parziale.

Può essere definito invece un grande innovatore dal punto di vista poetico. Il suo poema epico infatti, seppure ricco di rimandi alla tradizione epica precedente, si discosta completamente dal filone dell’epica romana tracciato dagli Annales di Ennio, anzi si ripropone probabilmente di sostituirlo. 

Anche Turno è, a tuo parere, un personaggio affascinante?

Turno è, secondo me, l’emblema del “vinto” virgiliano, il che lo rende un personaggio molto interessante.

Per cominciare, la sua morte non è necessaria, anzi: tutta la guerra nel Lazio è un errore causato da Aletto, una delle Furie, di cui Turno diventa uno strumento.

Costui, quindi, si propone già come un personaggio tragico, e nella seconda parte del poema prende il posto che nella prima parte era stato di Didone.

Inoltre, il re dei Rutuli riassume in sé anche un’altra figura tragica della letteratura: l’Ettore omerico.

I libri X e XII dell’Eneide riprendono infatti proprio l’intreccio che nell’Iliade vede protagonisti Patroclo, Ettore e Achille. Questa volta, però, al loro posto ci sono Pallante, Turno ed Enea.

Proprio come Ettore, Turno si macchia di un delitto imperdonabile – l’uccisione del giovane Pallante – che segnerà inevitabilmente il suo destino. Lo stesso Virgilio, che amava in particolar modo i vinti, pur compiangendolo tuttavia non l’assolve per l’omicidio commesso ma, anzi, vede la sua morte come un atto di giustizia.

Eurialo e Niso sono una coppia di eroi. Possono esistere, anche oggi, compagni così fedeli l’uno all’altro?

Credo che, qualsiasi fosse la natura del legame tra Eurialo e Niso (amicizia o, come fanno intendere alcuni versi del poema, amore), il sentimento che provarono l’uno verso l’altro sia più che attuale, perché proprio della natura umana, anche se forse non di tutti gli uomini.

A proposito della pietas di Enea… se non fosse “pio”, secondo te come sarebbe? Solo un forte senso del dovere e rispetto per le cose divine poteva dare origine alla gloriosa stirpe romana. O forse no?

Se Enea non fosse stato pius, semplicemente non ci sarebbe stata l’Eneide.

Infatti senza la pietas Enea non avrebbe abbandonato Troia o, se anche l’avesse fatto, non sarebbe mai arrivato nel Lazio perché sarebbe rimasto a Cartagine con Didone (della quale era innamorato).

Come non può esistere un Enea senza pietas (parola che racchiude in sé tutti gli ideali che animarono la Roma delle origini) anche la fondazione Roma non poteva prescindere da questo elemento indispensabile.

Non è un caso, infatti, se Virgilio – e Augusto – tentano di riproporre tali ideali. I principi del mos maiorum hanno fatto grande Roma, e con la loro fine è cominciato anche il declino di Roma.

Perché il viaggio? Che cosa possono rappresentare le peripezie prima della fondazione? E perché occorre che Enea si stabilisca esattamente dove vuole il Fato?

Enea deve necessariamente stabilirsi dove vuole il Fato, non può fondare Roma e la stirpe della gens Iulia altrove, perché è indispensabile che Roma nasca lì. Chiarirò più avanti perché non può fare diversamente da come gli è stato imposto.

Per quanto riguarda invece il viaggio, dobbiamo dire qualcosa sulla struttura dell’opera: l’Eneide è formata da 12 libri (i primi sei riprendono l’Odissea, gli ultimi sei l’Iliade).Ecco dunque, in parte, spiegato il viaggio. Ci sono tantissimi riferimenti all’Odissea; basti ad esempio pensare che entrambi i poemi cominciamo in medias res e con un naufragio, ma questa è solo una delle tante analogie.

Allo stesso tempo, però, il viaggio di Enea è l’opposto del viaggio di Ulisse. Enea non ritorna a casa come Odisseo: l’eroe virgiliano è incaricato di trovare la patria designata dal fato per i Penati (gli dèi protettori di Troia).

Ma credo che la contrapposizione non finisca qui: se infatti c’è un uomo che Enea deve odiare, quello è sicuramente Ulisse, colpevole di aver distrutto con l’inganno la sua città. Infatti, in questo poema, non si parla mai in maniera positiva del re di Itaca.

Secondo te, la morte della moglie di Enea è stata funzionale solo all’incontro con Didone? Se fosse sopravvissuta, i Cartaginesi si sarebbero alleati con i Romani?

La morte di Creusa, oltre ad essere funzionale all’incontro con Didone e a quello con Lavinia, risponde anche ad una tradizione mitica e letteraria preesistente – dalla quale Virgilio non poteva discostarsi molto.

Penso, comunque, che se anche Creusa fosse arrivata a Cartagine con Enea, Didone non si sarebbe mai alleata con i Troiani. L’amore tra Didone ed Enea è di natura divina, quindi molto probabilmente le cose si sarebbero risolte più o meno nello stesso modo.

Ti piace il metro adoperato da Virgilio? Perché?

Non vorrei addentrarmi in una discussione sulla metrica, perché è un argomento molto tecnico e quindi forse non propriamente interessante, però posso affermare che lo stile virgiliano è sicuramente molto intenso ed espressionista, poiché il poema è infatti ricco di immagini (a volte anche molto forti). Il discorso è spezzato e ha una forte tensione drammatica. In più, Virgilio conferisce un carattere fortemente soggettivo al poema. Infatti l’autore dà spazio ai punti di vista dei singoli personaggi, ricomponendoli però a formare un discorso unico. Credo sia proprio questa la maggiore rivoluzione apportata dal poeta al mondo dell’epica tradizionale.

Enea, eroe fondatore dell’intera cultura occidentale. Non sarà forse uno strumento passivo (data la grande pietas) nelle mani del Fato? Se così fosse, la fondazione di Roma sarebbe avvenuta per puro caso…

Senza dubbio, Enea è uno strumento del fato. Tuttavia il Fato, in questo frangente, non rappresenta il Caso ma la necessità.

Infatti, se facciamo riferimento all’antica religione greca troveremo una divinità che non ha un reale corrispettivo nella religione romana: il suo nome è Ananke. Costei è la personificazione della Necessità e del Destino, e in Omero è la forza che regola tutto.

Secondo quest’ottica, dunque, Roma non appare figlia del Caso ma della Necessità, perciò come dicevo prima non può essere che sorga altrove.


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