articolo "alla Blackwood"

Consigli di Edgar A. Poe per scrivere un articolo “alla Blackwood”

Scrivere un articolo “alla Blackwood”? Ecco qualcosa che i giornalisti moderni dovrebbero leggere… per riflettere.

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«Nel nome del profeta – eccovi i fichi!» Grido di un venditore ambulante turco […] Nella P.R.E.T.T.Y.B.L.U.E.B.A.T.C.H. noi pubblichiamo, adesso, degli articoli che valgono quanto, se non più, quelli del Blackwood, e dico il Blackwood, poiché sono persuasa che i migliori scritti, in qualsivoglia genere d’argomenti, si possono trovare solo in questa rivista meritoriamente famosa. Noi l’abbiamo assunta come modello in ogni cosa e così acquistiamo, ancor noi, la nostra fama assai celermente. A esser sinceri, non è nemmeno troppo difficile comporre un articolo alla maniera di quelli del Blackwood… è indispensabile soltanto, insomma, il saperlo fare. Lasciamo stare gli articoli politici: tutti sanno anche troppo bene il metodo di fabbricarli, dopo che l’ha spiegato tanto egregiamente il caro Moneypenny. Il signor Blackwood, insomma, ha un bello e grosso paio di forbicioni, anzitutto. Un paio di forbicioni simili, in tutto, a quelli che adoperano i sarti. Un paio di forbicioni e tre praticanti che gli stanno intorno, pronti ad eseguire i suoi ordini. Uno gli porge il Times, un secondo l’Examiner, un terzo il Gulley’s New Compendium of Slang-Whang ed ecco il signor Blackwood che taglia taglia taglia e poi mescola mescola mescola. In breve l’articolo risulta bell’e amalgamato a furia di Examiner, Slang-Wang e Times, Times, Swang ed Ex… Tim… Ex… Swang… Ma il principale merito di quella rivista consiste dei suoi articoli di varietà. I migliori tra essi fan parte della categoria delle bizzarreries (per usare una parola cara al caro Moneypenny, la quale parola non garantisco, tuttavia, che abbia un reale significato) ma che tutti chiamano, assai più propriamente, delle intensities. Si tratta d’un genere di scritti ch’io avevo cominciato da tempo ad apprezzare e dei quali tuttavia soltanto dopo la mia ultima visita al signor Blackwood – fu la società a mandarmi, in deputazione – sono riuscita a penetrare l’esatto segreto di manipolazione. Il metodo è dunque estremamente semplice (non tuttavia quanto quello consigliato per gli articoli di politica). Come fui alla presenza del grande Blackwood e dopo che gli ebbi significato i desiderata della mia società, egli mi favorì con squisita cortesia. Passammo, così, nel suo gabinetto privato e quivi egli mi svelò per filo e per segno, il segreto. «Cara la mia signora», egli disse, ed io non posso ora dubitare ch’egli fu grandemente colpito dal mio maestoso aspetto, dal momento che avevo indosso nientemeno che il vestito di satin cremisino colle fibbie verdi e i sette falpalà arancione, «cara la mia signora, sedete, ve ne prego. La faccenda sta in questo modo. L’articolista (dico) bisogna che, in primo luogo, si fornisca d’inchiostro nerissimo e d’una grande penna, la quale dev’essere il più possibile spuntata. Mettetevi bene in mente, cara la mia signora Psyche Zenobia!», egli disse dopo una breve pausa e in un tono solenne ed energico che mi meravigliò non poco, «mettetevi bene in mente che la penna non deve mai essere temperata! Tutto il segreto dell’articolista di varietà (lo confesso) consiste in questo, cara la mia signora. Ed io vi posso, inoltre, garantire che non s’è mai dato il caso che un buon articolo – capitemi bene! – sia stato scritto con una buona e appuntita penna. Potete, infatti, andar sicura che un manoscritto leggibile non vale la pena di esser letto. Questo è uno dei capisaldi della nostra fede, cara la mia signora, e se voi non ve la sentite d’accettarlo senza meno, lo sono del parere che potremmo anche togliere la seduta…». A questo punto si tacque, ma dal momento ch’io non avevo alcun desiderio che la seduta fosse tolta, non posi tempo in mezzo ed approvai incondizionatamente una sì logica deliberazione della cui veridicità, del resto, ero da gran tempo convinta. Il grande Blackwood parve soddisfatto e continuò le sue istruzioni. «Sembrerà, probabilmente, poco simpatico ch’io richiami la vostra attenzione, cara la mia Zenobia, su un articolo ovvero su una serie di articoli perché voi li studiate. Io ho per fermo, ad ogni modo, che voi dovete tener presenti taluni casi. Un articolo d’interesse capitale, è stato, ad esempio, quello intitolato La Morte vivente, in cui erano narrate le esperienze d’un certo signore il quale venne sepolto innanzi che avesse esalato l’ultimo respiro, e che fu articolo fabbricato con gran gusto, ben farcito di terrore, di sentimento, di metafisica e di non poca erudizione. Voi avreste giurato, così, che lo scrittore fosse nato, allevato, cresciuto e sviluppato, per l’appunto, in una bara. Abbiamo avuto, quindi, le Confessioni d’un mangiatore d’oppio, molto belle, immaginazione stupenda, filosofia profonda, assieme a nutrito acume speculativo, penetrazione e fuoco e slancio in gran quantità e sopra tutto una buona spolveratura d’inintelligibile. Fu uno squisito manicaretto e la gente lo trangugiò estasiandosi. Si pretese che l’autore ne fosse Coleridge in persona ed invece fu il mio vezzoso babbuino Juniper, al quale io avevo fatto tracannare, prima, un bel bicchierotto di gin olandese e acqua calda, ma senza zucchero» (la qual cosa, io, Psyche Zenobia, non sarei davvero riuscita a credere se, a dirmelo, fosse stata persona diversa dal grande Blackwood). «Abbiamo, quindi, pubblicata Una involontaria esperienza la quale ha per argomento la storia d’un signore che viene cotto dentro un forno e se ne viene, ciononostante, fuori sano e salvo, a non tener conto, naturalmente, d’una maledetta fifa. A quell’articolo fece seguito l’altro intitolato Il diario di un medico trapassato, del quale dirò che il suo principale merito consisté nell’ampolloso linguaggio in cui fu dettato, per dove frammischiammo buona quantità di termini greci, la qual cosa non manca mai d’impressionare debitamente il pubblico. Avemmo, quindi, L’uomo della Campana, ch’io, però, non saprei se adeguatamente raccomandare alla vostra attenzione. Vi si racconta la storia d’un tizio che s’addormenta sotto la campana d’una chiesa e che viene risvegliato dai suoi rintocchi per un funerale. Il meschino, per quella soneria, impazzisce, trae di sotto alla gabbana le sue tavolette e comincia a registrare le proprie impressioni. Ecco, cara la mia… ecco cos’è che occorre: impressioni, sensazioni. Così ch’io non vi raccomanderò mai abbastanza, nel caso che vi anneghiate, ovvero che veniate impiccata, di prender debita nota delle vostre impressioni e sensazioni. Con le quali guadagnerete dieci ghinee per pagina. Se è vero che volete scriver bene, cara la mia… state attenta alle sensazioni che provate!». «Non mancherò, signor Blackwood», dissi io. «Brava. M’accorgo che siete un’anima ideale. Ma è giunto il momento in cui debbo mettervi au fait per quel che concerne i particolari della manipolazione d’un vero e proprio articolo alla Blackwood, di carattere sensazionale, il qual genere – come voi non tarderete a comprendere – lo considero superiore a tutti gli altri. Il primo requisito, dunque, è quello di cacciarsi in un impiccio nel quale non sia mai avvenuto, prima, che qualcun altro si sia cacciato. Tanto per farvi un esempio, la storiella del forno; che fu proprio, come suol dirsi, azzeccata. E nondimeno, se voi non potete aver sottomano un forno ovvero una campana, se non v’è possibile fare un capitombolo da un aerostato, ovvero non riuscite a farvi inghiottire da un terremoto, o a sprofondare dentro alla canna d’un camino, occorre che vi figuriate, per lo meno, un’avventura consimile. Non saprò mai consigliare abbastanza, tuttavia, d’avvalervi di una esperienza reale. Nulla, infatti, aiuta tanto l’immaginazione come l’esperienza. Giacché voi non ignorate che la verità è più bizzarra ancora della finzione e raggiunge assai più speditamente il suo scopo, vale a dire quello di impressionare». Io feci presente, a questo punto, che avevo meco un eccellente paio di giarrettiere e che, non appena fuori, sarei subito corsa ad impiccarmi. «Brava!», rispose il grande, l’immenso Blackwood, «fatelo pure, ma vi metto, comunque, in guardia che l’impiccagione è un espediente non poco sfruttato. Non dubito che possiate trovare qualcosa di meglio. Una buona dose di pillole Brandreth, per esempio. Le mie istruzioni, comunque, vanno applicate allo stesso modo in tutti i casi che possono presentarsi. In tal modo se, uscendo di qui, vi accadesse di fracassarvi la testa, ovvero andaste sotto un omnibus, o ancora foste morsicata da un cane arrabbiato, o affogaste in un qualche rigagnolo, non mancate di ricordarvene! Veniamo dunque al procedimento vero e proprio. Una volta che abbiate stabilito l’argomento, vi occorre trovare il tono da usare nella narrazione: c’è il tono didattico, c’è quello entusiasta e quello naturale, i quali, a dire il vero, son tutt’e tre toni piuttosto comuni. C’è poi il tono laconico, per meglio dire secco, che è stato messo in uso di recente e ha incontrato parecchio. Esso consiste di frasi molto brevi. Facciamo conto così: Non troppo brevi. Non troppo pungenti. Sempre punti. Mai a capo. C’è poi il tono elevato ed effusivo, per il quale occorre una buona scorta di interiezioni. Tale tono è quello maggiormente patrocinato dai nostri romanzieri. Le parole han da girare intorno come trottole e produrre, appunto, un suono analogo a quello delle trottole, il quale sostituisce, così, il loro significato. Esso è il migliore di tutti i toni e di tutti gli stili possibili, per quello scrittore il quale si trovi a non avere a sua disposizione tempo per riflettere. Nondimeno io non raccomanderò mai abbastanza il tono metafisico, il quale, anch’esso, è tono eccellente. Se siete a conoscenza di parole particolarmente lunghe, potrete profittevolmente usarle nel suddetto tono metafisico. Voi potete, quindi, parlare della scuola ionica e della eleatica, di Archita, di Gorgia e perfino di Alcmeone. Potete dire qualcosa circa l’obiettività e qualche altra circa la subbiettività, come pure tutto il male che potete d’un certo… d’un certo… d’un certo… ah! d’un certo Locke. Accennerete, così, alle cose, in generale, e se vi accadesse di lasciarvi scappare una qualche enormità, potrete anche risparmiarvi la fatica di cancellarla. Basterà, per contro, aggiungere a piè di pagina una nota nella quale si dichiara che avete trovata la suddetta profonda osservazione nella Kritik der reinen Vernunft ovvero nella Metaphysische Anfangsgrunde der Naturwissenschaft. La qual cosa – non c’è dubbio – conferirà allo scritto un’aria erudita e… e… come dire?… leale. «Non mancano, naturalmente, diversi altri toni che hanno buon nome e sono di sicuro rendimento: io però ve ne illustrerò soltanto due ancora: il tono trascendente e quello eterogeneo. Il merito del primo sta tutto nel vedere le cose della natura sotto un angolo di visuale molto più ampio che non gli altri. Questo modo di vedere, ove si penetri adeguatamente il segreto di trattarlo, è di sicuro effetto. Una qualche lettura del Dial sarà sufficiente a mettervi sulla strada. Vi raccomanderò, inoltre, di evitare, per questo tono, le parole lunghe e di adoperare il più possibile le brevi e non guasterà se, di tanto in tanto, le scriverete alla rovescia. Date uno sguardo ai poemi di Channing e riferite quel ch’egli diceva a proposito di un ometto grasso dall’aspetto incantevole d’un orcio. Non mancate di accennare alla suprema Unità, come pure non vi lasciate scappare nulla, per contro, attorno al Dualismo Infernale. Imparate, sopra ogni altra cosa, a insinuare. Non affermate mai. Insinuate sempre. Questa è la regola suprema. Invece di affermare, date, come si dice, a vedere di voler intendere… insomma, per fare un esempio, se vi accadesse di dover dire pane e burro, guardatevi bene dal dire, nudo e crudo, pane e burro, ma dite, invece, qualcosa che sia simile ma non, ad ogni modo, pane e burro. Sarà possibile, così, alludere indirettamente al pane con delle focacce di frumento, o magari con un impasto d’una sorta di avena macinata… ma se è proprio il pane e burro che voi avete in mente, cara la mia Zenobia, in tal caso, mi raccomando, non scrivete pane e burro!». Rassicurai il grande Blackwood su questo punto, che io, insomma, non avrei scritta una cosa simile per tutta la vita che mi restava. Al che egli mi diede un bacio e senz’altro proseguì: «Per quel che riguarda poi l’altro tono, l’eterogeneo, vi dirò che non si tratta se non d’una giudiziosa mescolanza, in eguali proporzioni, di tutti gli altri toni e per conseguenza egli viene ad esser formato di cose grandi e profonde e bizzarre e stravaganti e salaci e utilitarie e aggraziate. «Facciamo conto, ora, che abbiate deciso circa l’argomento e circa il tono. Rimane da provvedere al fatto più importante, a quello che si può considerare l’anima vera e propria di tutto, voglio dire al riempimento. Niuno può presumere che una signora ovvero un signore possano aver vissuto da topo, come suol dirsi, di biblioteca. E nondimeno è assolutamente necessario che l’articolo senta di erudizione o porti, insomma, almeno il suggello di una vasta cultura generale. Io vi metterò in grado, in tal modo, di trarvi d’impaccio su questo delicato punto. Guardate qui!». E così dicendo, il grande Blackwood trasse giù dai suoi scaffali tre o quattro volumi d’aspetto affatto comune e li aprì a casaccio. «Buttato uno sguardo sulla prima pagina che vi capita di aprire, d’un qualsivoglia libro, voi avete d’un subito, a vostra disposizione, tutta una folla di brani eruditi e di motti da citare: in questo sta il principale segreto del condimento Blackwood. Prendete, dunque, nota di quanto io vi verrò leggendo. Io distinguerò, dapprima, due categorie, la prima è quella dei Fatti Piccanti per la Manipolazione delle Similitudini e la seconda è quella delle Espressioni Piccanti da usarsi secondo che richiede il caso. Dunque scrivete!». Ed io, infatti, man mano ch’egli dettava, badavo a scrivere tutto quel che gli usciva di bocca. «Fatti piccanti per le similitudini. “Le Muse, in origine, furono solamente tre: Melete, Mneme e Aoede, sarebbe a dire la meditazione, la memoria e il canto”. Da questo semplice aneddoto, ove sappiate sfruttarlo, voi potrete trarre indubbiamente un gran partito. Esso è generalmente ignorato e non c’è dubbio che sembrerà recherché. Occorre nondimeno badare bene a che venga presentato in modo del tutto inatteso. Un altro: “Il fiume Alfeo trascorse sotto al mare e quindi ne uscì e la purezza delle sue acque non fu contaminata”. Vi confesserò che questo è piuttosto abusato e nondimeno, servito come va servito, e ben rispolverato, io credo che non mancherebbe anche lui di fare la sua figura. Ma ecco, ho trovato qualcosa di meglio: “Si dice che l’iris di Persia abbia, per il naso di talune persone, un po’ di profumo in serbo da esalare, mentre pel naso d’altre non bene qualificate, esso si rifiuta affatto d’esalare». Delicato, eh? Rimescolato a dovere, se ne possono trarre delle meraviglie. Ma in materia di botanica abbiamo ben altro! Non c’è nulla che abbia il successo assicurato come la botanica, specie se viene trattata con qualche spolverio di lingue morte, di latino, per esempio. Scrivete. “L’Epidendrum Flos Aeris di Giava dà dei magnifici fiori e continua a vivere anche dopo che è sradicato. Gli indigeni lo sospendono al soffitto per mezzo d’una corda e si godono il suo profumo per degli anni interi”. Fondamentale, cara la mia Zenobia, fondamentale. Ed ora passiamo alle Epressioni piccanti. «Espressioni piccanti: “Il venerabile romanzo cinese Ju-Kiao-Li”. Maravigliosa. Se vi capiterà d’introdurla al momento opportuno, non c’è dubbio che darete a tutti l’impressione di conoscere a fondo tutta la lingua e la letteratura cinese. Al modo stesso, potrete darla a bere per quel che riguarda il sanscrito, l’arabo nonché il chickasaw. La cosa, invece, non è possibile per ciascuna delle seguenti lingue: spagnuolo, italiano, tedesco, latino, greco, così che occorre darvi una sorta di campioncino per ognuna. Tali campioni – o citazioni, come più vi piace – sono buone per qualunque momento, e l’adattarle, o meno, all’articolo, dipenderà soltanto dalla vostra perspicacia. Scrivete dunque: «Aussi tendre que Zaïre» che sta per tenera come Zaira, ed è un frase in lingua francese. Si tratta di un’allusione frequentemente ripetuta, a una tenera signora Zaira, nella tragedia francese che porta lo stesso nome. Ove sia usata in modo proprio, tale espressione dimostrerà non soltanto la vostra conoscenza della lingua, ma la vasta portata delle vostre letture e quella del vostro acume. In un articolo, ad esempio, nel quale si trattasse d’una morte per strangolamento dovuta a un osso di pollo voi potreste scrivere che il pollo, mettiamo, non era aussi tendre que Zaïre. Scrivete: Ven muerte tan escondida, Que no te sienta venir, Porque el plazer del morir No me torne à dar la vida. È lingua spagnola. Citazione da Miguel de Cervantes: ‘Vieni presto, o morte! Ma non permettere ch’io ti veda, poiché il piacere ch’io proverei nel vederti, sarebbe tale da restituirmi la vita». Tale citazione calza a pennello – sempre nel vostro articolo dell’osso di pollo – per il momento in cui vi state dibattendo nella suprema agonia. Scrivete: Il pover’huom che non se n’era accorto Andava combattendo ed era morto. È la lingua italiana: scommetto che l’avete indovinato; e la citazione appartiene all’Ariosto. Ciò significa che un grande eroe non si era accorto, nell’ardore con cui andava combattendo, d’essere già stato ucciso e continuava, benché morto, a combattere valorosamente. La maniera in cui userete questi versi, cara la mia Psyche, mi pare troppo palese perché io debba suggerirvela. Voi infatti, dopo che sarete già bell’e strangolata dal vostro osso di pollo, non trascurerete di tirar calci ancora per un’oretta e mezza. Vogliate avere, quindi, la bontà di scrivere: Und sterb’ich doch, so sterb’ich denn Durch sie – durch sie! È tedesco. Da Schiller: «E s’io muoio, io muoio per lei… per lei!». Non c’è dubbio che voi potreste, in tal modo, apostrofare la specifica causa della vostra morte, e cioè il pollo. E qual è infatti quel gentiluomo e quale quella gentildonna la quale non morrebbe di buon grado per un cappone ingrassato secondo il sistema cosiddetto Molucca, quando esso sia ben farcito di capperi e di funghi e sia servito in insalatiera, con gelatina d’arancio en mosaïques? Scrivete! (da Tortoni ne troverete di preparati a questo modo). Scrivete, di grazia! Ecco, infatti, una graziosa frase latina, una vera rarità, la mia Zenobia (è così difficile esser nello stesso tempo recherché e breve, nel citare il latino!): ignoratio elenchi. Non vi preoccupate, vi porgerò subito un esempio: egli ha commesso una ignoratio elenchi sta per egli ha capite le parole della vostra proposizione ma gliene è sfuggito il senso. Facciamo quindi conto che sia un cretino, un disgraziato al quale – putacaso – vi state rivolgendo – badate! – nel mentre state per essere strozzata – già – dalla famosa ala di pollo. Egli non sarà in grado, naturalmente, di capire quello che state dicendo: voi, in tal caso, non farete altro che buttargli in faccia l’ignoratio elenchi e siete a posto. Se poi gli saltasse il ticchio di replicare qualcosa, citategli Lucano, là dove dice che i discorsi non sono altro che degli anemonæ verborum dopo di che non sarà necessario ch’io vi spieghi come qualmente l’anemone ha una bella apparenza ma non ha odore. Se si mette a spararle grosse non avrete che a fulminarlo con l’insonnia Jovis, le quali parole Silius Italicus – guardate qui! – suole applicare alle locuzioni e ai pensieri tronfi e pomposi. Ecco una citazione che non manca mai il suo effetto, essa lo colpirà diritto al cuore. Non avrà che da rotolarsi in terra fintanto che non muoia. Volete esser tanto brava da scrivere? Ecco… ecco… in quanto al greco, abbiamo alcunché di veramente grazioso. Vi va Demostene? Eccone un esempio: $EÁíxñ ¿ öåýãùí êár ðÜëéí ìá÷Þóåôáé$ potrete trovare, di questa citazione, una eccellente traduzione in Hudibras: Quegli che fugge può combattere ancora, Non così chi s’è fatto ammazzare. In un articolo alla Blackwood non c’è nulla che possa sortire miglior effetto che una citazione greca. Le lettere medesime hanno di per se stesse una così profonda apparenza! Guardate questo epsilon, che aria astuta! E questo fi? Oh, egli dev’essere un vescovo per certo. E che cosa potreste trovare di più squisitamente mordace che questo omicron? E questa tau? Eh, come cresce bene! A farla breve, vi dirò che il greco è proprio quello che ci vuole per un articolo a sensazione che si rispetti. Quanto al vostro caso, l’uso che dovete farne mi sembra pacifico. Sputate la vostra frase greca in una con una bestemmia, come una sorta d’ultimatum a quell’imbecille e testone che non ha saputo capirvi, nel mentre che vi dibattevate coll’osso – proprio! – di pollo, in gola. Egli mangerà la foglia e sgombrerà il campo. Non c’è da sbagliare». Tali furono le istruzioni fornitemi dal grande Blackwood ed io compresi che esse erano più che sufficienti. Io dunque potevo scrivere un vero e proprio articolo alla Blackwood e pertanto decisi di approntarne uno sul momento. Sull’uscio, il signor Blackwood mi propose addirittura di cedergli l’articolo non appena lo l’avessi scritto, ma poiché egli non seppe andar oltre all’offerta di cinquanta ghinee a pagina, io credetti meglio di avvantaggiarne la nostra società anziché sacrificarlo a un così vile prezzo. Ove si eccettui questo tratto, invero, un tantino tirchio, il degno gentiluomo ebbe a mostrarmi la sua considerazione in ogni riguardo e mi trattò con la più grande cortesia. Le parole, infatti, che egli mi rivolse nel mentre che stavo uscendo dal suo ufficio, furono tali da impressionarmi profondamente, ed lo me le ricorderò sempre con enorme gratitudine. Almeno spero. «Cara la mia signorina Psyche Zenobia», egli disse (e aveva gli occhi umidi di pianto). «C’è ancora qualche cosa che io possa fare perché la vostra lodevole iniziativa colga il più ampio successo? Permettete ch’io rifletta ancora un po’. È possibile, infatti, che voi non riusciate, dico, in modo conveniente… a… a… ad affogarvi, insomma, o… a… a… strangolarvi con un osso di pollo, o ad impiccarvi… ovvero ad essere morsicata da… da un… Aspettate! Io ho, giù, nel cortile, una coppia di stupendi mastini, due straordinari campioni della razza e feroci, ve lo posso garantire, per quel tanto che fa per voi. In cinque soli minuti – guardate, ho qui l’orologio – essi vi spediranno all’altro mondo, voi e i vostri sette falpalà. Voi non avrete che da pensare alle sensazioni. Ehi, qua, Tom, Peter. Accidenti, Dick, che aspetti a scioglierli?»

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